Sabrina Sansonetti

La scuola si compie ogni giorno, come rivoluzione artigianale e officina

“Uscite e ammirate i vostri paesaggi, prendetevi le albe, non solo il far tardi. Avvolgete con strisce di luci le ombre in cui dimorano i vostri nonni. Vivere è un mestiere difficile a tutte le età, ma voi siete in un punto del mondo in cui il dolore più facilmente si fa arte: e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate. non lo fate per darvi arie creative, fatelo perché siete la prua del mondo: davanti a voi non c’è nessuno. l’Italia è un inganno e un prodigio. Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola. Pensate che la vita è colossale. Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio”

La voce è quella di Franco Arminio, il paesologo della vita. È un pezzo del suo discorso ai giovani. Uscire fuori sull’abisso, come prua del mondo. Quest’immagine, per me, riguarda da vicino la scuola. Abbiamo da troppo tempo abituato il nostro immaginario a vederla come uno spazio distinto e separato dalla vita. Un posto in cui ci si prepara ad uscire. Se alla fine, sull’abisso, ognuno è solo per spiccare il volo, dentro, nella scuola, si costruiscono i presupposti del coraggio.
Eppure la scuola è di più. Ancora di più. È un posto per entrare fuori ed uscire dentro. Una geografia di storie e di persone. Una foresta amazzonica di vita che trabocca.
A scuola, il coraggio si prova di continuo, perché accade come sfida quotidiana. A scuola si compie già il futuro, quando fra i banchi percepisci che c’è qualcuno che crede in te. Allora sai che sei già fuori, nel mondo, a cantare e a scrivere sulla sua prua.
La scuola si compie ogni giorno, come rivoluzione artigianale e officina, che sperimenta la coincidenza etimologica fra pagina e paesaggio, per imparare a scrivere storie di comunità.
L’uscire fuori e l’entrare dentro della scuola è un fatto. Garantito, ora dopo ora, dalle persone, innumerevoli, che ci vivono, facendola. Perché si fa scuola, anche se siamo piccoli. Studenti e docenti, assistenti e dirigenti. Nessun ruolo è capace di celare il senso più profondo ed inevitabile di un essere alla pari e uguali, dentro una navigazione collettiva, consapevole e in tempesta, dalle otto alle tredici. La cosa migliore che può accadere è dirlo, mentre sei a bordo. Dirlo ad alta voce, che malgrado i programmi, le cartolerie e i registri, il senso di quest’avventura è oggi, mentre ci sei, a scuola.
Mentre apprendi dappertutto e scrivi paesaggi popolati dagli altri, capisci che l’aula in cui sei può essere ed è la fantasia: quel posto delle lezioni americane di Calvino, in cui ci piove dentro. E non ci sono limiti a questa cosa. Nessun muro ti contiene. Perché tu, studente o docente, a scuola non molli. Così cresci e impari in un fuori programma continuo. Non hai alcun confine, nemmeno quello dei voti, che prendi o che dai.
Quando ne sei fuori e ti capita di pensare al tuo tempo della scuola, quasi sempre, ricordi una cosa bella. Comprendi allora che appunto la bellezza per te esiste perché le persone ci camminavano dentro. E anche perché ora sai riconoscere la bellezza in cammino.
E se la vita un giorno ti conduce sulla soglia delle istituzioni, per dare voce a una comunità grande di cittadini, non puoi non partire dalle persone e da questo senso della scuola, che ancora può dilagare come un fiume dentro la vita, con tutta la sua originaria missione educativa.
Da lì inizia oggi anche il mio cammino. Con l’abbondanza della fantasia della scuola. Che ancora, mi piove dentro…

 

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